Ecco i 5 comportamenti che portano al tradimento nella coppia, secondo gli psicologi

Parliamoci chiaro: nessuno si sveglia una mattina e decide dal nulla di tradire il proprio partner. Il tradimento non è un fulmine a ciel sereno che colpisce relazioni perfettamente sane. È piuttosto il risultato di un processo graduale, fatto di piccole crepe che si allargano nel tempo, silenzi che diventano sempre più pesanti e momenti di connessione che si fanno sempre più rari. E no, non stiamo parlando dei classici segnali da film thriller tipo controllare il telefono di nascosto o trovare rossetto sul colletto della camicia. Stiamo parlando di qualcosa di molto più sottile e, paradossalmente, molto più visibile per chi sa dove guardare.

La buona notizia? Riconoscere questi comportamenti prima che sia troppo tardi può fare la differenza tra una relazione che si rafforza e una che va in frantumi. E la scienza ci viene in aiuto con ricerche concrete su cosa succede davvero prima che qualcuno varchi quella linea.

Il tradimento non nasce dal nulla: cosa ci dice la ricerca

Secondo gli studi più recenti in psicologia delle relazioni, la maggior parte delle infedeltà non parte da un’attrazione fisica travolgente o da un momento di debolezza isolato. Il vero innesco è quasi sempre una disconnessione emotiva graduale che si insinua nella coppia senza fare rumore, giorno dopo giorno, conversazione mancata dopo conversazione mancata.

John Gottman, uno dei più autorevoli ricercatori al mondo sulle dinamiche di coppia, ha dedicato decenni allo studio di ciò che lui chiama i segnali di disconnessione emotiva: quei piccoli gesti quotidiani che, accumulandosi, trasformano una relazione solida in un terreno fertile per l’infedeltà. Non stiamo parlando di drammi da soap opera, ma di quella cena in cui entrambi guardate il telefono invece di parlarvi, o di quella volta in cui hai preferito raccontare la tua giornata stressante a un collega piuttosto che al tuo partner.

Il punto fondamentale che emerge dalle ricerche più recenti è questo: esistono comportamenti specifici e ricorrenti che preparano il terreno all’infedeltà, creando quella che gli psicologi chiamano vulnerabilità relazionale. Identificarli non significa diventare paranoici o trasformarsi in detective privati, ma sviluppare quella consapevolezza che può salvare una relazione prima che sia troppo tardi.

I cinque comportamenti che aprono la porta al tradimento

La chiusura comunicativa: quando le parole si fanno rare

Il primo segnale d’allarme è quello che gli psicologi chiamano chiusura comunicativa progressiva. E no, non parliamo di litigare di meno, quello sarebbe quasi meglio perché almeno c’è ancora coinvolgimento emotivo. Parliamo di smettere gradualmente di condividere davvero. Le conversazioni diventano puramente logistiche: “Hai pagato le bollette?”, “A che ora torni?”, “Ricordati di comprare il latte”. Fine. Zero profondità, zero vulnerabilità, zero vera connessione.

Quando le coppie smettono di raccontarsi le piccole vittorie quotidiane, le frustrazioni al lavoro, i pensieri casuali che attraversano la mente durante il giorno, stanno di fatto creando uno spazio vuoto tra loro. E quel vuoto, tristemente, tende a essere riempito da qualcun altro. Le ricerche mostrano come questo processo di disinvestimento comunicativo sia presente in una percentuale significativa di relazioni dove successivamente si verifica un tradimento emotivo o fisico.

Il meccanismo è semplice quanto devastante: quando non parliamo più con il nostro partner delle cose che contano davvero, iniziamo a cercare altrove qualcuno disposto ad ascoltarci. E quando troviamo quella persona, il confine tra amicizia e qualcosa di più diventa pericolosamente sfumato.

Il disinvestimento emotivo: quando l’altro diventa invisibile

Hai presente quando racconti al tuo partner qualcosa che per te è importante e ricevi in cambio un “Mmmh” distratto mentre scrolla Instagram? Ecco, questo è disinvestimento emotivo. È quel momento in cui uno o entrambi i partner smettono di essere emotivamente presenti nella vita dell’altro, anche quando sono fisicamente nella stessa stanza.

Le ricerche di Gottman sulla comunicazione nelle coppie mostrano una differenza drammatica: le coppie che restano felici insieme rispondono positivamente a quelle che lui chiama “richieste di connessione” la maggior parte delle volte. Le coppie che poi si separano? Appena un terzo delle volte. Quando queste richieste vengono sistematicamente ignorate, il messaggio implicito è devastante: “Non mi importa abbastanza di te per fermarmi un secondo e ascoltarti davvero”.

Il disinvestimento emotivo è particolarmente insidioso perché spesso passa inosservato. Non ci sono urla, non ci sono piatti rotti. C’è solo un lento, progressivo raffreddarsi dell’interesse reciproco. E quando qualcuno esterno alla coppia mostra invece interesse genuino, ascolto attivo, curiosità verso la persona che si sente emotivamente invisibile in casa, il rischio di scivolamento diventa concreto e immediato.

La gestione autonoma dello stress: quando non ti appoggi più al tuo partner

Terzo segnale d’allarme: hai avuto una giornata terribile. Il capo ti ha rimproverato ingiustamente, hai litigato con un collega, ti senti frustrato e sopraffatto. A chi ti rivolgi? Se la risposta non è più automaticamente “al mio partner”, questo è un campanello d’allarme che non va ignorato.

Le coppie sane funzionano come sistemi di supporto reciproco. Quando questo meccanismo si inceppa e ognuno inizia a gestire autonomamente le proprie difficoltà emotive, si crea una pericolosa autonomia affettiva. Certo, l’indipendenza emotiva è sana fino a un certo punto, ma quando diventa sistematica indica che il legame non viene più percepito come rifugio sicuro.

Gli studi sottolineano come questo comportamento sia particolarmente predittivo di infedeltà emotiva: quando una persona trova conforto, comprensione e supporto emotivo costantemente altrove, un collega comprensivo, un amico sempre disponibile, qualcuno conosciuto online che sembra capire perfettamente, il confine tra amicizia e coinvolgimento emotivo inappropriato diventa sfumato. Ed è proprio da questi legami apparentemente innocenti che spesso nascono i tradimenti più dolorosi.

L’indifferenza ai bisogni del partner: la sordità emotiva

Il quarto comportamento è quello che potremmo chiamare sordità emotiva selettiva: l’incapacità o la mancanza di volontà di percepire e rispondere ai bisogni emotivi del partner. È quando il tuo compagno ti dice chiaramente “Mi sento trascurata” e tu minimizzi con un “Ma cosa dici, stiamo sempre insieme”. È quando lei esprime il bisogno di più intimità e tu rispondi parlando solo di sesso, ignorando completamente la dimensione emotiva della richiesta.

Questa dinamica crea un circolo vizioso devastante: il partner che esprime bisogni insoddisfatti si sente non solo trascurato, ma anche non compreso e non validato. Dopo ripetuti tentativi falliti, molte persone semplicemente smettono di chiedere. E questo silenzio viene spesso interpretato dall’altro come “va tutto bene”, quando in realtà è il preludio a una ricerca di soddisfazione emotiva altrove.

Gli studi sulle cause comuni di tradimento identificano la ricerca di validazione esterna come una delle motivazioni principali, particolarmente in persone con bisogni emotivi cronicamente insoddisfatti nella relazione primaria. Quando qualcuno finalmente “vede” e “ascolta” davvero la persona che si sente invisibile in coppia, il rischio di coinvolgimento emotivo e poi fisico aumenta esponenzialmente.

La condivisione intima con terzi: quando i confini scompaiono

L’ultimo comportamento è forse il più direttamente collegato all’infedeltà: condividere pensieri intimi, preoccupazioni profonde e vulnerabilità con persone esterne alla coppia più che con il proprio partner. Attenzione, non stiamo dicendo che non si può avere amici o confidenti. Stiamo parlando di quel momento preciso in cui la persona con cui condividi i tuoi pensieri più profondi, le tue insicurezze, i tuoi sogni non è più il tuo partner, ma qualcun altro.

Cosa indica la disconnessione nella coppia?
Mancanza di dialogo profondo
Indifferenza reciproca
Condivisione con terzi
Sordità ai bisogni
Stress gestito da soli

Questa dinamica è particolarmente evidente nell’era digitale, dove messaggiare costantemente con qualcuno, condividere meme che “solo lei o lui capisce”, raccontare dettagli della propria giornata via chat mentre a casa si resta in silenzio, crea quello che viene definito tradimento emotivo. E le ricerche sono chiare su questo punto: il tradimento emotivo precede spesso quello fisico ed è, secondo molti esperti, altrettanto se non più doloroso per chi lo subisce.

Quando l’investimento emotivo primario si sposta gradualmente fuori dalla coppia, il passo verso l’infedeltà vera e propria diventa molto più breve. Non è più una questione di “se” ma di “quando”, perché la connessione emotiva che dovrebbe tenere insieme la coppia si è ormai trasferita altrove.

Il ruolo della dissonanza cognitiva

Ma perché questi comportamenti si instaurano senza che ce ne accorgiamo? Secondo la teoria sviluppata dallo psicologo Leon Festinger, entra in gioco un meccanismo chiamato dissonanza cognitiva. Funziona così: quando c’è una discrepanza tra come vorremmo vedere noi stessi (“Sono una persona fedele, impegnata nella relazione”) e come ci stiamo comportando (“Ma in realtà non parlo più davvero con il mio partner, mi sento più connesso a qualcun altro”), il nostro cervello cerca di ridurre questo disagio psicologico.

Come? Spesso attraverso meccanismi di difesa come la minimizzazione (“Non è niente di che, siamo solo amici”), la razionalizzazione (“Tanto lui o lei non mi capisce comunque”) o addirittura l’irritabilità difensiva verso il partner. Questi meccanismi permettono di mantenere un’immagine positiva di sé mentre ci si distanzia emotivamente dal partner, preparando inconsapevolmente il terreno per comportamenti che contraddicono i propri valori dichiarati.

Questo spiega anche perché molte persone che tradiscono sono sinceramente sorprese dal proprio comportamento: “Non avrei mai pensato di essere capace di una cosa del genere”. Il processo è stato così graduale, così razionalizzato passo dopo passo, che non hanno riconosciuto i segnali lungo il percorso.

I fattori individuali che aumentano la vulnerabilità

Sarebbe però semplicistico attribuire tutto alla dinamica di coppia. Le ricerche evidenziano anche fattori individuali che rendono alcune persone più vulnerabili all’infedeltà. Tra questi troviamo la bassa autostima cronica, il bisogno costante di validazione esterna, i tratti narcisistici e, paradossalmente, la paura dell’abbandono.

Quest’ultimo punto è particolarmente interessante: alcune persone tradiscono non per noia o insoddisfazione, ma per un meccanismo di autodifesa preventiva. Il ragionamento inconscio è: “Se tradisco io per primo, controllo la situazione e mi proteggo dal dolore di essere abbandonato”. È una profezia autoavverante che spesso distrugge proprio ciò che la persona temeva di perdere.

Anche il cambiamento dei bisogni nel tempo gioca un ruolo fondamentale nelle dinamiche pre-tradimento. Ciò che cercavamo in una relazione a vent’anni potrebbe essere completamente diverso da ciò che desideriamo a quaranta. Quando questi cambiamenti non vengono comunicati e negoziati apertamente nella coppia, creano aspettative disattese che erodono progressivamente la soddisfazione relazionale, aprendo la porta alla ricerca di qualcosa di diverso altrove.

Prevenire è possibile: strategie concrete per rafforzare la coppia

La parte più importante di questa discussione non è diventare paranoici e iniziare a controllare ogni gesto del partner, ma riconoscere questi pattern nella propria relazione per intervenire prima che diventino irreversibili. Come si fa concretamente?

Innanzitutto, ristabilendo quella che Gottman chiama una cultura dell’apprezzamento reciproco: notare e verbalizzare le cose positive che il partner fa, anche quelle piccole e quotidiane. Sembra banale, ma le ricerche mostrano che le coppie felici si fanno complimenti e si ringraziano reciprocamente molto più spesso delle coppie in crisi. Un semplice “Grazie per aver fatto la spesa” o “Apprezzo che tu abbia ascoltato il mio sfogo di oggi” può fare una differenza enorme nel lungo periodo.

In secondo luogo, creando rituali di connessione quotidiani o settimanali: momenti dedicati esclusivamente alla coppia, senza telefoni, senza televisione, senza distrazioni di alcun tipo. Può essere una colazione insieme la domenica mattina, una passeggiata dopo cena o anche solo quindici minuti seduti sul divano a parlare davvero. L’importante è la costanza e la qualità dell’attenzione reciproca, non la quantità di tempo.

Terzo punto fondamentale: imparare a esprimere bisogni in modo chiaro e non accusatorio. Invece di “Non mi ascolti mai!”, provare con “Mi sentirei più connessa a te se potessimo parlare per dieci minuti senza distrazioni quando torni dal lavoro”. La differenza nel risultato è enorme, perché la prima frase mette l’altro sulla difensiva, la seconda apre una porta alla collaborazione.

Quando si riconoscono questi comportamenti già radicati e difficili da cambiare autonomamente, considerare seriamente un percorso di terapia di coppia. Non è un fallimento ammettere di aver bisogno di aiuto esterno, ma un investimento intelligente nella propria relazione. Le ricerche mostrano che le coppie che si rivolgono a un terapeuta quando iniziano a percepire questi segnali hanno possibilità molto più alte di successo rispetto a quelle che aspettano che la situazione diventi critica o irreparabile.

Il tradimento come sintomo, non come causa

Forse la lezione più importante che possiamo trarre da queste ricerche è questa: il tradimento è quasi sempre un sintomo di problemi preesistenti, non la causa della crisi di coppia. Certo, rappresenta una violazione della fiducia che può essere devastante e difficilissima da superare, ma raramente arriva come un fulmine a ciel sereno in una relazione sana, comunicativa e soddisfacente per entrambi.

Questo non significa giustificare l’infedeltà o minimizzarne l’impatto traumatico. Significa piuttosto riconoscere che dietro quella scelta ci sono dinamiche complesse, spesso presenti da mesi o anni, che entrambi i partner possono imparare a riconoscere e affrontare prima che sia troppo tardi.

La vulnerabilità relazionale non è una condanna inevitabile. È un invito a prestare attenzione, a investire consapevolmente nella propria relazione ogni singolo giorno, a non dare per scontato che l’amore iniziale basti da solo senza cura, comunicazione autentica e impegno quotidiano concreto.

Perché sì, l’amore è fondamentale. Ma senza comunicazione profonda, senza presenza emotiva, senza capacità di rispondere ai bisogni reciproci, anche l’amore più intenso può lentamente trasformarsi in quella fredda convivenza dove i cinque comportamenti di cui abbiamo parlato trovano terreno fertile. E nessuno merita di svegliarsi un giorno scoprendo che il proprio partner ha trovato altrove ciò che non riuscivamo più a dargli, spesso senza nemmeno rendercene conto fino a quando non è troppo tardi.

La consapevolezza è il primo passo verso il cambiamento. Il resto è lavoro quotidiano, onestà reciproca, disponibilità a mettersi in discussione e coraggio di affrontare le conversazioni difficili prima che diventino impossibili. Ma ne vale assolutamente la pena, perché una relazione che supera queste vulnerabilità e le affronta apertamente non solo sopravvive: cresce, si rafforza e diventa quel rifugio sicuro e quella fonte di gioia autentica che tutti meritiamo nella nostra vita.

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